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Ecco il caffé, signore, caffé in Arabia nato, | E dalle carovane in Ispaan portato. | L’arabo certamente sempre è il caffè migliore; | … A farlo vi vuol poco; | Mettervi la sua dose, e non versarlo al fuoco. | Far sollevar la spuma, poi abbassarla a un tratto | Sei, sette volte almeno, il caffé presto è fatto”. (Carlo Goldoni)

Venezia d’inverno significa mistero, romanticismo, ma anche nebbia, vento, pioggia, acqua alta e non c’è cosa più gradevole in questa stagione che rifugiarsi in un bar e prendere un caffé, un tè, o una cioccolata. Qui, pare, sia stato per la prima importato in Italia il caffé, intorno al 1570.

All’inizio questa bevanda tratta da una semente chiamata “Kahvè” era molto costosa, un lusso per nobili, venduto in farmacia. Poi iniziarono ad aprire le “botteghe del caffé” ed in breve tempo divenne una bibita modaiola. Si dice addirittura che agli inizi del Settecento i corteggiatori regalassero all’amata quantità di caffé e cioccolata per dimostrarle il loro amore.

Per rivivere quell’atmosfera di cui parla Carlo Goldoni ne “La Bottega del Caffè”, dovete sedervi ai tavolini dei caffé storici di Piazza San Marco, in mezzo al ‘salotto’ più elegante d’Europa. Farete piangere il vostro portafoglio, ma sostando ad esempio al Caffé Florian, potrete dire di essere stati nel più antico caffé italiano, inaugurato il 29 dicembre 1720 da Floriano Francesconi con il nome di “Alla Venezia Trionfante”. Qui, oltre a Goldoni, non a caso si faceva vedere Giacomo Casanova, essendo l’unico locale del tempo che consentiva l’ingresso alle donne. L’intima atmosfera delle sale ha ispirato incontri tra personalità di spessore, come Lord Byron, Sivio Pellico, Daniele Manin, Ugo Foscolo, Goethe, Gabriele D’annunzio, Antonio Canova, per citarne solo alcuni.

Il Grancaffè Quadri, che mantiene il fascino antico di una casa patrizia, vanta invece il passaggio di Stendhal, Dumas, Proust, ma forse vi interesserà sapere che, in tempi recenti, ci sono stati anche Robert de Niro, Woody Allen, Angelina Jolie e Brad Pitt. Fu Naxina, moglie di Giorgio Quadri, ad avere l’idea, attorno la seconda metà del 1700, di investire i beni familiari in un’attività di vendita de “l’acqua negra bollente”.

Accanto al Quadri sorgeva il Lavena, dove si davano appuntamento ad esempio Richard Wagner (che si intratteneva in chiacchiere con il proprietario Carlo Lavena nella loggia superiore assieme alla moglie Cosima, alle figlie e al celebre suocero Franz Liszt e prendeva un tè con pasticcini o un bicchiere di cognac), Honoré de Balzac o Gabriele D’ Annunzio, spesso in compagnia della famosa Contessa Casati, quella che portava pitoni veri intorno al collo, passeggiava con leopardi dai collari tempestati di diamanti, quella che, insomma, faceva di tutto per essere “un’opera d’arte vivente”.

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In tema di locali considerati una leggenda a Venezia, sempre a ridosso di Piazza San Marco, all’imbocco di Calle Vallaresso, non si può tralasciare l’Harry’s Bar, fondato nel 1931  da Giuseppe Cipriani, dove però ordinare solo un caffé è un peccato: prendete almeno un Bellini, creazione originale dello stesso Cipriani. Tra le firme del Libro degli Ospiti, quella di Arturo Toscanini, Truman Capote, Charlie Chaplin, Peggy Guggenheim, Barbara Hutton, Orson Welles (che divorava sandwich di gamberetti con Dom Perignon ghiacciato), ma il cliente più affezionato della storia del locale resta indiscutibilmente lo scrittore americano Ernest Hemingway, il quale durante l’inverno tra il 1949 e il 1950 (Premio Nobel pochi anni dopo) aveva addirittura il suo tavolo personale, in un angolo.

Che tempi quelli! Riuscite a immaginarvi di sorseggiare un macchiato seduti in quell’angolo con Hemingway piuttosto che scaldare il caffé a George Clooney con la macchinetta dell’espresso? Gusti sono gusti, ma lo stesso Hemingway ci risponderebbe: “un fucile, una sella o una persona, tutti sono migliori quando sono usati e hanno perso la lucentezza del nuovo, acquistando il valore del tempo”.

A cura di Elena Ferrarese