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La chiesa, la vera da pozzo, il campanile (e soprattutto le campane), i palazzi prestigiosi intorno e spesso un rio. Mettendo insieme questi elementi, disegniamo un ‘campo’ veneziano.

I campi a Venezia sono luoghi d’incontro e punti di riferimento per chi si muove nel labirinto delle calli della città e riportano tutti, più o meno fedelmente, i componenti sopra elencati. Ecco perché, cari turisti, pendolari, studenti di passaggio, ‘terrafermisti’ distratti, veneziani senza senso dell’orientamento, spesso vi confondete e perdete!

Da un’altra parte, questi spazi urbani si chiamerebbero piazze. A Venezia, di piazza ce n’è una sola: S. Marco. Il termine ‘Campo’ deriva dalla sua natura inizialmente erbosa: prato, terra battuta, a volte anche orto coltivato. Dovete spingervi fino a S. Pietro di Castello per ammirare l’ultimo ‘superstite’ erboso. Negli anni, i campi sono stati pavimentati in cotto, poi in mattoni a ‘spina di pesce’ o ‘cestello’ (da vedere, ad esempio, Campo dell’Abbazia della Misericordia a Cannaregio). Nel nostro tempo, va di moda il selciato.

L’analisi degli elementi caratteristici dei campi veneziani ci guida a capire come in passato veniva organizzata la vita all’interno di questi spazi, come sono nati, per quale funzione. Il POZZO gioca un ruolo chiave nel sistema campo. Luogo di ritrovo delle donne che, con i secchi da riempire, si aspettavano a ridosso delle vere per i quotidiani pettegolezzi da sestiere, non è da confondere però con i pozzi comuni perché i veneziani non scavavano per trovare la falda d’acqua, ma raccoglievano qui l’acqua piovana attraverso delle fessure chiamate ‘pilelle’ o ‘musine’. Ragion per cui occorreva tenere costantemente igienico il campo, mansione affidata al ‘nettador di zona’, controllato a vista dalla Scuola del S. S. Sacramento, ospitata in ogni chiesa.

Per proteggere un bene prezioso come l’acqua, nel 1536 i Provveditori alla Sanità diedero in custodia le chiavi delle cisterne ai capi di contrada perché le aprissero solo due volte al giorno al suono delle campane. Sono quindi le CAMPANE che battono il tempo della collettività: la vita religiosa e quella quotidiana (oltre all’apertura dei pozzi, le campane avvisavano in caso di incendio) utilizzavano, così, lo stesso ‘metronomo’.

Venezia appariva una città policentrica, divisa per parrocchie, dove la comunità era pure spirituale, dove la domenica si andava a messa e si ascoltavano i fatti della settimana, pubblici e privati, annunciati direttamente dal pulpito. Alcuni campi (come S. Polo, Frari, Santo Stefano, Santi Giovanni e Paolo) per la loro ampiezza sono stati anche teatro di manifestazioni profane e spettacolari, come le feste carnevalesche, le giostre, i tornei di tiro alla balestra o di bocce, i mercati, fino alla ‘caccia al toro’ (quella del 22 febbraio 1802 in Campo Santo Stefano fu l’ultima realizzata in città perché provocò la rovinosa caduta degli spalti per gli spettatori).

Avete mai notato, poi, che quasi ogni campo (che in genere trae il nome dalla chiesa, dai palazzi nobili che vi si affacciano, da attività che vi venivano praticate, come il Campo della Lana a Santa Croce, o da personaggi storici) ha il suo RIO? S. Barnaba, S. Angelo, Santi Giovanni e Paolo, S. Maria Mater Domini. Forse non è un caso. Fanno eccezione, ad esempio, S. Tomà o S. Giacometto a Rialto, che comunque si trovano a pochi metri dal Canal Grande.

Va da sé che da fine Ottocento, quando la città fu dotata di un acquedotto pubblico (giugno 1884), e una volta chiusi i pozzi, i campi hanno perso la loro funzione ed il loro fermento originari. Oggi, lo spezier, il frutariol, il biavarol, il marangon, il drapier, il gastaldo, il tiraoro non lavorano più all’aria aperta aiutandosi a vicenda ma… in campo si radunano lo stesso magari, la sera a bere un’‘ombretta’ nella solita osteria per sfogare le disavventure della giornata.

Le donne non s’incontrano più in campo per raccogliere a turno l’acqua del pozzo o per stendere la biancheria, ma… a bere uno spritz con le amiche affinché quell’antica tradizione (veneziana e non) del pettegolezzo rimanga viva e consolidata.

A cura di Elena Ferrarese.